Il 5 maggio del 1583 costituisce per la
millenaria storia di Roccasecca un momento importante: in tale
giorno infatti il marchese Alfonso III De Avalos De Aquino,
trovandosi in gravi difficoltà economiche, cedette i feudi di
Aquino e di Arpino al duca di Sora Giacomo Boncompagni per la
somma di 243.000 ducati.
La ratifica della vendita fu sottoscritta
dalle parti il successivo 26 maggio, giorno che taluni fanno
coincidere con la data dell’acquisto.
Lo "stato" di Aquino
comprendeva Castrocielo, Palazzolo, Colle San Magno, Terelle,
Roccasecca, Caprile ed ovviamente Aquino.
Quello di Arpino invece annoverava Santopadre,
Schiavi (l’odierna Fontechiari), Casale (l’odierna
Casalattico), Casalvieri, Pescosolido e la stessa Arpino.
Dopo oltre quattro secoli quindi, la gloriosa
dinastia dei D’Aquino usciva definitivamente di scena
abbandonando quei territori contraddistinti da tanti memorabili
accadimenti.
Francesco Scandone nella sua magistrale opera
sulla storia di Roccasecca (1), punto di riferimento
imprescindibile per chiunque voglia indagare sulle vicende
passate della nostra cittadina, riporta la ratifica dell’atto
di vendita: "In anno 1583 a 26 maggio lo illustre
Alfonso moderno marchese del Vasto vende libere et absolute
absque pacto redimendi all’illustre Giacomo Boncompagni duca
di Sora lo detto Stato … consistente videlicet: Aquino,
Roccasecca, Castroceli, Terella, Santopatre, Colle s. Manco,
Caprile (2), Schiavi, Palazzolo, Pescosolido,
Casalvieri, Casale et Arpino cum omnibus eorum iuribus et
iurisdictionibus mero et mixto imperio. Banco iustitiae et
cognitione primarum et secondarum causarum, et cum corporibus
feudalibus particulariter expressis. E questo per duc.
Ducentoquarantatremilia".
L’atto vero e proprio, a cui la corte di
Napoli dette il Regio Assenso nel medesimo giorno, fu redatto
dal notaio Aniello Martino, con un "istromento"
del 3 giugno del 1583.
Da notare che qualche anno prima (1579) lo
stesso Giacomo Boncompagni aveva acquistato i finitimi ducati di
Sora e di Arce (3) dal duca di Urbino Francesco Maria
della Rovere, che comprendevano le "terre" di
Sora, Arce, Rocca d’Arce, Brocco (l’odierna Broccostella),
Castelluccio (l’odierna Castelliri), Col Dragone (l’odierna
Colfelice), Fontana (oggi Fontana Liri), Isola (oggi Isola del
Liri) e Isoletta (4).
Nel breve spazio di quattro anni dunque
Giacomo Boncompagni, sfruttando il prestigio paterno, era
riuscito ad entrare in possesso dell’intera valle del Liri,
mettendo insieme i ducati di Sora e di Arce ed i contigui stati
di Arpino e di Aquino, territori rientranti tutti nel Regno di
Napoli (5) di cui costituivano la provincia di Terra di
Lavoro.
Assai interessante una "informatione",
ossia una relazione, che il Boncompagni aveva commissionato nel
1582, per avere una visione più chiara delle "terre"
che andava ad acquistare: le trattative infatti erano iniziate
già nel 1576 fra Camillo Volta, intermediario dei Boncompagni,
e la marchesa di Pescara Isabella Gonzaga, per conto del figlio
Alfonso ancora minorenne.
In questo prezioso documento, conservato
presso il fondo Boncompagni Ludovisi dell’Archivio Vaticano (6),
un lungo paragrafo è dedicato a Roccasecca (7), parte
integrante della contea di Aquino. "E’ terra che prima
habitava in una schena di Montagna, hoggi pian piano se ne
scende ad habitare in quella parte, che la chiamano la Valle è
aperta e divisa in quattro ponti, cioè Caprile, ch’è
disgionta da Roccasecca per la via della Montagna un quinto di
miglio, et per il piano mezzo miglio Castello, Granaro, et la
Valle, che tutte insieme fanno una Coita. Come sono divisi d’habitatione,
così sono d’anime, et tra di loro vi sono delle brighe, et
come quelli che sono avvezzi a vivere a libertà ed ad
insinuarsi per qual via possano alla gratia di chi governa, et
quasi farli fare a modo et voluntà loro, sono pronti al male ed
ad ofendersi tra essi. Sono persone industriose et vi sono di
quelle ch’hanno qualche notabile facultà rispetto al paese.
Vi è ogni mercoledì il mercato ove ci è qualche concorso di
robba et vi si fanno delle faccende, massime l’inverno a tempo
delli porci. Caprile è di fuochi 119, anime 578. Roccasecca è
di 468 et anime 2000. Insieme con Caprile è numerato fochi 436.
Il signore vi ha un Palazzo, chje ha alcune stantiaccie quasi
inhabitabili ove fa residentia il vicemarchese. E’ posto nella
Valle nella piazza del Mercato. Nel suo territorio è una chiesa
sotto il titolo di S. Pietro di Campeia nella quale s’hanno in
molta veneratione le reliquie di quell’Heremita, che predisse
alla Madre il nascimento di santo Tomaso d’Aquino. Vi ha oltre
la detta giurisditione, due Molini de grano su l’acqua della
Melfa, che si affittano ogn’anno tomoli quattrocento settanta
di grano… n. 470 li Molini da Oglio, ove quei che hanno olive
sono obbligati a portarle a macinare et pagano d’ogni imposta
due coppie rendono un’anno per l’altro can.te dugento venti
d’oglio a lib. 66 per can.ta … n. 220 le risposte de Terreni
che stanno locati posti in diverse parte come alle Tora tom.li
64 al Vto, lo comune, le scolpeta di tomoli 15 al 7mo, l’Antera,
et utti sono Terreni magri et rispondono di sette et di dieci
una, eccetto alcuni pochi vicini alla Terra, che rispondono, al
3° et al quarto di capacità in tutto come sta notato nell’Inventario
di Tomoli … importano insieme con le risposte delle territorio
dello colle ogni Anno tomoli ottanta in circa … n. 80 La Mro d’Attia
si affitta centoventi et centotrenta ducati l’anno … n. 130
la Balia centodieci … n. 110 la colta di S. Maria ducati
trenta … n. 30 la vigna sotto il Palazzo domanio della corte
di tomoli 6 in circa si affittava ducati 13, hoggi sta ducati
ventisette … n. 27 Frutti pendenti un’anno per l’altro
ducati venti et venticinque … n. 20 Tutte le entrate delle
Terre poste di sopra furono sei anni sono affittate per duc.ti
2200 l'anno, li quattro seguenti sono state a 2608, et hoggi a
3666 2/3, ma computate le spese et fatiche che ci correno, è da
persone intelligenti reputato affitto da far fallire gli
Affittuari o conduttori di dette entrate" (8).
La relazione, dopo aver analizzato
minuziosamente tutte le altre "terre" con le
relative caratteristiche, si concludeva con un capitolo
intitolato "Commodità che apporta l’Unione di questi
due stati con quello di Sora" (9), cosa che
puntualmente avvenne l’anno successivo (1583).
Nello strumento di acquisto era previsto che
l’acquirente rilevasse "in toto" la
situazione del precedente proprietario. E così, per ciò che
concerne Roccasecca e Caprile, come si evince da un altro
documento conservato nell’Archivio Vaticano, il duca
Boncompagni introitava i proventi derivanti dalla " colta
ordinaria", "la mastrodattia", "la
montagna di caira", "la bagliva",
"la colta che paga l’Uni.tà", "lo
censo del molino", e "li territori adohati"
(10).
Fra gli adempimenti invece quello di fornire
"tomoli quindici di grano, un ducato di denari et barili
de vino al clero di Roccasecca" e l’altro di "tomoli
venti di grano e canate nove d’oglio all’Ecc.a di S. Pietro
di Campeto" (11).
Nel bel libro di Baffioni e Boncompagni
Ludovisi è riportata anche la lettera di commiato che Don
Alfonso De Avalos De Aquino, marchese del Vasto, indirizzò ai
suoi vecchi sudditi. "Habbiamo fatto vendita di quelli
stati all’Ill.mo et Ecc.mo Sig.or Giacomo Boncompagni Duca di
Sora, et se bene per restar privi di così buoni, et fideli
Vassalli sentimo dispiacere, non di meno restano molto contenti,
che la vendita sia fatta ad un Sig.or di tanta bontà, prudenza
et valore, come S. E. essendo sicuri che non potrete se non
riceverne quei buoni trattamenti, favori et gratie che saranno
possibili, però non mancarete con ogni sorte di volontà, fede,
et devotione riceverlo, et tenerlo per vro Prone, dandogli la
corporale, et pacifica poss.ne di tutte le Terre, beni, entrate,
et ragioni, che a noi spettano conforme alle cautele, che ne
sono state fatte, et prestandogli ogni debita obedientia,
ossequio et sera solito come conviene ad amorevoli et fideli
Vassalli, et così vi esortiamo, et ordiniamo ad esseguirlo
senza contraddittione alcune certificandovi, che haveremo à
memoria sempre l’amorevolezza et affett.ne che havete
continuam.te mostrata verso di noi, et delli Sig.ri Antecessori.
N. S. vi conservi. Di Roma a VIJ di Maggio 1583. Il Marchese del
Vasto" (12).
A questo punto però è opportuno chiedersi:
chi era Giacomo Boncompagni e che cosa lo spinse ad irrompere in
maniera così perentoria nei destini della media e bassa valle
del Liri?
Giacomo era nato a Bologna l’8 maggio del
1548 da Ugo Boncompagni e da Maddalena Fulchini di Carpi. In
quel tempo Ugo, che avrebbe di lì a poco collezionato un "cursus
honorum" ecclesiastico di primissimo piano, semplice
chierico, si trovava a Bologna per seguire il Concilio di Trento
che si era momentaneamente (dal 1545 al 1547) trasferito nella
città emiliana, ed alloggiava presso l’abitazione del
fratello Girolamo e della cognata Laura del Ferro.
Nel palazzo Boncompagni si trovava, alle
dipendenze di donna Laura, anche Maddalena di Carpi, che le
fonti menzionano come "donna soluta"; dalla
relazione fra Maddalena ed il chierico Ugo, nel 1548 nacque,
come già detto, Giacomo (13).
Due mesi più tardi (5 luglio 1548) Ugo fece
riconoscere il piccolo come suo figlio legittimo dal vescovo di
Feltre. E fin qui niente di eccezionale. Sta di fatto però che
Ugo Boncompagni, con il passare del tempo, fece, come si suol
dire, "carriera". Nel 1558, a dieci anni dalla
nascita del figlio, diventò vescovo di Vieste, nel 1565
cardinale di San Sisto ed infine il 13 maggio del 1572 venne
eletto al soglio pontificio, assumendo il nome di Gregorio XIII.
Ma, nel frattempo, che ne era stato del
piccolo Giacomo?
Per appianare lo scandalo derivante dalla
relazione fra un aristocratico ed una donna di umili origini
(qualche storico, nel tentativo di camuffare l’imbarazzante
evento, definisce Giacomo nipote del papa o meglio "stretto
parente di Sua Santità"), i Boncompagni fecero sposare
Maddalena con un certo Simone, "muratore"
milanese, assegnandole una dote di 125 scudi d’oro.
Giacomo invece fu affidato alle cure degli
zii Girolamo e Laura che non avevano figli. Quindi, nel 1556,
alla morte dello zio Girolamo, Giacomo venne affidato all’altro
zio Ugo ed alla moglie Cecilia Bargellini.
Questa volta la scelta non fu delle più
felici: e così quando il bimbo fu colpito da un calcio di
cavallo, il padre lo tolse dalla casa del fratello e lo portò
con sé a Trento dove si trovava per seguire il Concilio (1562).
Iniziò da questo momento per il giovane
Giacomo, aveva appena 14 anni, un periodo alquanto movimentato
che lo vedrà stabilirsi prima a Padova per curarsi dall’artrite
e dalla sciatica, malanni che lo tormenteranno per tutta la
vita, poi a Bologna dove venne affidato ai Gesuiti, quindi di
nuovo a Padova ed a Venezia.
I documenti contenuti nell’Archivio
Vaticano ci descrivono Giacomo: "di statura mediocre,
più tosto breve che lunga, più tosto nervoso, ossuto e macro
che carnoso, né grosso, agile, destro e dove bisogna veloce e
celere …" (14).
Eletto nel 1572 il padre Ugo pontefice,
Giacomo si trasferì a Roma dove, il 23 maggio, appena dieci
giorni dalla nomina papale, divenne prefetto di Castel Sant’Angelo,
con l’appannaggio di 700 scudi d’oro, carica questa che
manterrà per tutta la durata del pontificato paterno.
Quindi, in rapida successione, il papa
concesse al figlio la prefettura delle castellanie dello stato
della Chiesa ed infine lo nominò Governatore Generale delle
milizie pontificie, ossia Generale di Santa Romana Chiesa. Come
si può vedere quindi una carriera a dir poco repentina e
sfolgorante, all’insegna del più puro nepotismo, tentazione
questa alla quale Gregorio XIII, come del resto più o meno
tutti gli altri pontefici di questo periodo, non seppe
assolutamente resistere.
Nell’adempimento di tale carica Giacomo si
recò prima ad Ancona e poi a Ferrara dove restò fino al 1574.
Intanto era giunto per lui il momento di
convolare a giuste nozze: dopo aver intrapreso trattative con le
pretendenti più in vista della aristocrazia italiana, nel 1576
Giacomo contrasse matrimonio con Costanza Sforza (15) dei
conti di Santa Fiora, più giovane di una decina d’anni.
Dall’unione nacquero ben 14 figli, 10
femmine e 4 maschi (16), che vanno ad aggiungersi a
quelli nati da relazioni precedenti al matrimonio.
Sempre nel 1576, dopo essersi reso
responsabile di una vicenda che suscitò notevole scalpore nell’ambiente
romano (aveva infatti liberato dalla prigione un familiare
accusato di omicidio, costringendo il papa ad inviarlo al
confino a Perugia, provvedimento poi subito revocato; il servo
invece, imprigionato di nuovo, fu immediatamente giustiziato)
Gregorio XIII lo nominò Governatore di Fermo, incarico
triennale che gli sarà rinnovato per altre due volte, nel 1581
e nel 1584, con la facoltà di provvedere alla tratta del grano
dal Regno di Napoli alla Marca.
Nel frattempo, grazie al prestigio dell’illustre
genitore, Giacomo Boncompagni era diventato un personaggio di
primissimo piano nel panorama politico italiano. Piovevano di
continuo su di lui cariche onorifiche e riconoscimenti e molte
città facevano a gara per ascriverlo al proprio ceto nobiliare.
Gregorio XIII però non poteva ritenersi
soddisfatto: egli infatti cullava l’ambizioso proposito di
creare al figlio un vero e proprio stato.
Dopo il fallimento per l’acquisto del
marchesato di Saluzzo nel 1577 (vi era stata l’offerta di ben
600.000 scudi d’oro), nello stesso anno il papa acquistò per
70.000 scudi d’oro ferraresi, da Alfonso II d’Este, il
piccolo marchesato di Vignola con i feudi minori di Savignano e
di Montefestino. L’acquisizione del piccolo possedimento
emiliano non poteva soddisfare la smodata ambizione papale: e
così, superata una grave infermità che aveva messo a
repentaglio la vita di Giacomo (nel 1578, a Roma, gli era stato
addirittura impartito l’olio santo), dopo il fallimento delle
trattative per l’acquisto del feudo di Valditaro, nel 1579
Gregorio XIII interpose i suoi buoni uffici per l’acquisto del
più consistente ducato di Sora e di Arce, per cui furono
sborsate a Francesco Maria della Rovere 100.000 scudi d’oro,
30.000 offerti personalmente dal papa.
Dopo aver ricevuto l’investitura nel feudo
da parte di Filippo II (23 dicembre), nei primi mesi del nuovo
anno Giacomo Boncompagni si recò a Sora per ricevere l’omaggio
dei suoi nuovi sudditi.
Né con l’acquisto del ducato di Sora ebbe
a cessare l’attività di "espansione territoriale"
di Gregorio XIII a favore del figlio: infatti, venuto meno l’acquisto
della finitima contea di Alvito, nel 1583, grazie all’esborso
di 243.000 ducati (17) versati ad Alfonso III De Avalos
De Aquino, Giacomo Boncompagni ottenne anche il possesso degli
"stati" di Aquino e di Arpino (18).
All’età di soli 35 anni quindi Giacomo
racchiudeva nella sua persona le cariche di Generale di Santa
Romana Chiesa, di Governatore di Fermo, di marchese di Vignola e
di duca di Sora, Arce, Arpino ed Aquino (19). Senza
contare poi gli altri innumerevoli e remunerativi incarichi che
gli piovevano addosso dalla corte pontificia, come la
concessione del "ritratto dei malefici" nel
territorio di Fermo, ossia il ricavato delle multe inflitte agli
operatori di arti magiche ed occulte o la possibilità di
emettere salvacondotti "ad personam" per l’intero
stato della Chiesa (20).
Qualche anno prima (1581) Giacomo aveva
ricevuto dal padre l’incarico di procedere assieme a Latino
Orsini, alla repressione del banditismo, fenomeno endemico nell’Italia
centrale e meridionale, che sarà estirpato con molte
difficoltà soltanto trecento anni più tardi (21).
Come si può notare quindi Giacomo
Boncompagni era diventato un personaggio estremamente
importante: e continuò ad esserlo anche dopo la morte del padre
avvenuta il 10 aprile del 1585.
Non a caso proprio a lui fu affidato il
compito di garantire la pace nello Stato della Chiesa, durante
il periodo della "sede vacante": a tal scopo
gli si affidò un esercito di 2000 fanti e quattro compagnie di
cavalleria leggera (22).
Fino all’ultimo Gregorio pensò al futuro
del figlio: basti pensare che nel febbraio aveva destinato
36.000 scudi d’oro alla dote delle nipoti (23).
Scomparso il padre Giacomo non reputò più necessario restare a
Roma: d’altro canto, nel breve volgere di qualche mese, il
nuovo pontefice Sisto V gli tolse tutte le cariche.
Per questo si recò a Sora, nel suo nuovo
ducato; in questo periodo restò invischiato in una oscura
faccenda, accaduta proprio tra Sora ed Isola, che culminò per
lui con la grave accusa di brigantaggio. Il procedimento che
seguì presso la corte regia di Napoli, si concluse con una
grave condanna per Giacomo: l’esilio dal territorio del
vicereame per 5 anni (ott. 1586); un anno dopo però, il re
Filippo II revocò il provvedimento (ott. 1587).
Nella primavera dell’anno successivo
Giacomo si imbarcò a Gaeta e, dopo aver sostato per qualche
tempo a Genova, giunse a Milano: già da qualche anno (1575)
infatti Filippo II lo aveva nominato "Capitano Generale
delle genti d’armi" nello stato di Milano.
Il suo soggiorno in Lombardia, alternato a
visite più o meno fugaci nel suo ducato di Vignola (qui l’8
maggio del 1590 la moglie Costanza partorì Gregorio, che sarà
il secondo duca di Sora), durò fino ai primi mesi del 1591.
Intanto grandi eventi si erano verificati a
Roma: il 27 agosto del 1590 era morto Sisto V ed al soglio
pontificio era salito il cardinale Giambattista Castagna che
prese il nome di Urbano VII (15 settembre 1590). Però, dopo
soli dodici giorni il nuovo pontefice morì (27 settembre)
rendendo di nuovo vacante la sede papale.
Il 5 dicembre del 1590 il conclave elesse
papa il cardinale Niccolò Sfrondato che prese il nome di
Gregorio XIV, in onore al suo precedente omonimo, che lo aveva
elevato al cardinalato.
Queste turbolente vicende indussero Giacomo
Boncampagni a far ritorno in quel di Roma; nell’inverno del
1591 affrontò quindi il lungo viaggio facendo tappa a Venezia,
a Padova dove si ammalò e sostò per qualche tempo (le
cagionevoli condizioni di salute saranno un motivo ricorrente
della sua vita), per giungere a Roma nell’ottobre dello stesso
anno.
Però, proprio mentre Giacomo compiva il
lungo viaggio, anche Gregorio XIV (16 ottobre 1591) passava a
miglior vita, lasciando il soglio papale al cardinale Giovanni
Antonio Facchinetti che, il 29 ottobre, fu eletto papa con il
nome di Innocenzo IX.
Evidentemente però il periodo non era
granché propizio per i pontefici: già vecchio e malato infatti
Innocenzo IX, il 30 dicembre del 1591 moriva, lasciando il
Boncompagni, con il quale intratteneva una stretta amicizia,
nella più cupa disperazione e, quel che era più importante,
senza un influente punto di appoggio a Roma.
Ad angustiare Giacomo era soprattutto la
situazione economica che, dopo la morte dell’illustre
genitore, era di molto peggiorata; né le recenti acquisizioni
territoriali, in primis il ducato di Sora, del quale anzi
spesso e volentieri si lamentava, affacciando anche l’ipotesi
di disfarsene, gli procuravano quelle entrate sufficienti a far
fronte ad una vita dispendiosa, lussuosa e smodata, alla stregua
di un dignitario spagnolo.
Nel frattempo Filippo II continuava a
pretendere il suo ritorno a Milano affinché adempisse agli
oneri connessi alla sua carica.
Dopo qualche tentennamento Giacomo, nel
novembre del 1593, approdò di nuovo a Milano. Questo suo
secondo soggiorno milanese si trascinò, fra frequenti viaggi a
Roma, fino al 1606.
La sua inquietudine era connessa soprattutto
alla mancanza di operazioni militari nelle quali, a suo avviso,
si sentiva particolarmente portato.
Nel frattempo la famiglia, già dal 1602, si
era stabilita nel ducato di Sora, prendendo dimora nel palazzo
di Isola: in questo periodo era la moglie Costanza ad
interessarsi dell’amministrazione dello stato feudale, in
quanto il marito continuava a restare a Milano.
Nel 1607 Giacomo fece ritorno a Roma per le
nozze del figlio Gregorio con la nobildonna Eleonora Zapata (24),
celebrate ufficialmente nel febbraio dell’anno successivo.
Iniziò, da questo momento, l’ultima fase
della vita di Giacomo Boncompagni, sempre più tormentata dalla
recrudescenza dei tanti malanni.
Nel 1610 si trovava sicuramente a Milano
dove, deluso e prostrato dalle pessime condizioni di salute,
cercava disperatamente di abbandonare l’incarico militare.
L’anno successivo, svincolatosi finalmente
dalla carica, abbandonò Milano e si ricongiunse alla famiglia
nel ducato di Sora, dove, il 18 agosto del 1612, all’età di
64 anni, passò a miglior vita (25).
Giacomo Boncompagni aveva governato il ducato
di Sora per ben 33 anni, dal 1579 al 1612.
Si era trattato però di un governo
esercitato quasi sempre per interposta persona, stante la sua
continua assenza "in loco": proprio per questo
è difficile riscontrare in Roccasecca e dintorni, traccia
palpabile della sua presenza e della sua attività
amministrativa.
Però, anche se esercitato per mezzo di
funzionari ducali, si trattò pur sempre di un potere assoluto e
rigoroso alla stregua, del resto, di quanto accadeva negli altri
possedimenti feudali italiani in quel periodo.
Illuminante, a tal riguardo, l’analisi di
Guido Pescosolido che fotografa perfettamente la situazione dell’amministrazione
feudale nel corso del XVI secolo. "Nel Cinquecento, pur
nella variabilità delle diverse situazioni locali, la sfera dei
poteri giurisdizionali del barone continuò ad essere molto
estesa: prime cause civili, criminali e miste; secondo e in
qualche caso anche terzo grado di giudizio; potestà
discrezionale di remissione dei delitti, acquisizione dei
proventi delle pene comminate e dei beni confiscati senza
obbligo di rendiconto; forgiudica, ossia diritto di condanna,
quasi sempre con diritto di confisca dei beni, nei riguardi di
persone bandite e di latitanti ancora dopo un anno; nomina di
giudici e ufficiali; concessione delle cosiddette quattro
lettere arbitrarie, ossia della possibilità per il feudatario
di trasformare pene corporali in pene pecuniarie. Ai poteri
giurisdizionali si aggiungevano quelli specificatamente
economici, parte cospicua dei quali derivava dallo stesso
esercizio dei diritti giurisdizionali (bagliva, portolania,
mastrodattia, adoa, catapania). A questi redditi si aggiungevano
quelli ricavati dallo sfruttamento diretto delle terre feudali,
dalla percezione di terraggi, erbaggi, canoni per la concessione
enfiteutiche. Terza componente della rendita feudale era quella
derivante dall’affitto dei fabbricati e della gestione diretta
o dalla concessione in affitto di impianti di prima
trasformazione di prodotti agricoli (mulini, gualcherie,
trappeti) la cui attività spettava in privativa al barone. Di
queste tre fonti di entrata la più importante rimase sempre e
quasi ovunque quella derivante dalla gestione diretta o
indiretta delle terre" (26).
Ma come funzionava il sistema governativo nel
ducato di Sora? Una descrizione molto efficace è fornita da
Angelo Nicosia. "A capo dell’amministrazione del
piccolo feudo, come rappresentante del duca, doveva esservi un
Capitano – probabilmente di provenienza esterna e forse a
durata annuale – dipendente in via diretta dal Governatore
generale residente a Sora. Di sicuro vi era un Luogotenente,
come rappresentante e sostituto del Capitano in caso di assenza.
Il Capitano ed il Luogotenente si avvalevano del lavoro di un
Mastrodatti, che praticamente fungeva da segretario scrivano per
tutti gli atti pubblici ed era scelto tra i notai del paese, che
forse si avvicendavano nell’incarico annualmente. L’opera di
questi Ufficiali doveva svolgersi nel rispetto di uno Statuto
accordato dal feudatario ai cittadini ed era sottoposta a
sindacato, ovvero al giudizio dei rappresentanti civici locali".
(27).
E’ indubbio comunque che Giacomo, almeno
nei primi anni del suo ducato, abbia portato avanti delle
iniziative interessanti, miranti alla ristrutturazione ed all’ammodernamento
della struttura economica e sociale dei suoi possedimenti.
In quest’ottica va vista l’introduzione
della lavorazione della lana, attività industriale impiantata
ad Isola dal fiorentino Meo Neri, proprio su sollecitazione del
Boncompagni (1581) e l’acquisto, nel 1583, della cartiera di
Carnello posta sul fiume Fibreno. Per l’acquisizione di tale
complesso che costituisce il primo nucleo di quella che sarà
negli anni successivi il grande complesso industriale cartario
di Isola Liri, il Boncompagni sborsò a Francesco Angelico
Fantoni, fiorentino ma sorano d’adozione, la cospicua somma di
1.500 ducati (28).
Anche l’attività edilizia non fu estranea
alle preoccupazioni di Giacomo: a tal proposito può ricordarsi
la ristrutturazione del palazzo di Isola Liri (a testimonianza
di ciò sul contrafforte del castello è incisa la data del
1582) (29), che diventerà la sede ducale e la
costruzione del centro abitato di Coldragone, l’odierna
Colfelice, alla cui realizzazione parteciparono parecchi "manovali"
di Roccasecca e di Caprile (30), ultimato, seppure
parzialmente, nel corso del 1583.
Notevole fu anche l’attività politica
diretta a preservare le prerogative del suo feudo dalle
ingerenze dei due stati confinanti, il Regno delle due Sicilie a
sud e lo stato Pontificio a nord, anche se seppe mantenere la
barra del suo timone sempre orientata verso posizioni
filo-spagnole. Numerosi i documenti che attestano l’operosità
del duca di Sora nel difendere i diritti del suo feudo dalle
invadenze e dalle usurpazioni degli stati confinanti.
Ma dove l’attività e l’estro del
Boncompagni risaltò in maniera più che evidente fu sicuramente
nel campo culturale: oltre alla benemerita raccolta dei
documenti relativi agli anni del pontificato del padre, che
saranno più tardi raccolti negli Annali dal Maffei,
basti pensare che il duca fece realizzare nel suo palazzo ad
Isola, un piccolo teatro con tanto di palcoscenico, chiamandovi
a recitare gli artisti dalla vicina urbe.
Né si può ignorare la sua grande passione
per la musica: di qui le frequentazioni con il noto musicista
Pier Luigi da Palestrina, che gli dedicò il primo libro dei
suoi Madrigali e il secondo libro dei Mottetti e con il
compositore veronese Vincenzo Ruffo.
Fu inoltre un grande appassionato del gioco
degli scacchi ed a lui furono dedicati alcuni trattati sulla
materia.
Da rimarcare infine il rapporto epistolare
con Torquato Tasso, con lo storico Carlo Sigonio, con il
cardinale di Milano Carlo Borromeo e con tanti altri artisti,
letterati e scienziati del tempo, all’insegna di un fervore
culturale di primissimo piano che valsero a Giacomo Boncompagni
la dedica di molte opere letterarie e non, comparse nell’ultimo
scorcio del XVI secolo.
Per ciò che concerne più specificatamente
Roccasecca bisogna far notare che nel 1589, ad appena 6 anni dal
suo insediamento nello stato aquinate, Giacomo Boncompagni
ordinò che fosse compilato "in Roccasecca il catasto,
con l’apprezzo dei beni posseduti dai cittadini e dai
forestieri, ed anche dei loro animali" (31):
ciò al fine di misurare, in maniera precisa, la consistenza dei
beni che facevano parte dei possedimenti acquisiti.
Non è improbabile che tale provvedimento sia
stato esteso anche alle altre "terre" facenti
parte del ducato di Sora.
Alla morte di Giacomo, nel 1612, subentrò
nel possesso dei beni, il figlio Gregorio, nato a Vignola l’8
maggio del 1590, che diventò il secondo duca di Sora con il
nome di Gregorio I.
Questi ebbe la possibilità di succedere nel
possesso del ducato poiché erano venuti a mancare sia Girolamo,
che Giacomo aveva avuto da una relazione extra matrimoniale, sia
gli altri due fratelli maggiori, Ugo e Sforza. Gregorio
continuò ad adottare nell’amministrazione dei feudi la
politica paterna, impegnandosi specialmente nel potenziamento
dell’attività industriale: non a caso, nel 1623, ottenne la
regia concessione per impiantare una "ferriera"
nel ducato.
L’anno precedente Filippo IV "per
onorare la memoria di Gregorio XIII lo nominò capitano generale
degli uomini d’arme nello stato di Milano e gli conferì nel
1623 il comando di una compagnia d’uomini d’arme a cavallo
nel Regno di Napoli" (32).
Fu, come del resto tutti i componenti della
sua famiglia, un uomo molto pio: non a caso, come scrive il
Litta, "beneficiò il collegio de’ Gesuiti di Sora
aumentandone le rendite".
Morto Gregorio il 18 ottobre del 1628, il
ducato di Sora passò nelle mani del figlio primogenito Giovan
Giacomo ancora minorenne: per questo tutta l’intricata
procedura successoria fu intentata dal cardinale Boncompagni,
tutore e zio del piccolo, che si avvalse, a sua volta, del
procuratore Giovan Domenico Cantelmo (33).
Le fonti non attestano particolari
significativi del ducato di Giovan Giacomo Boncompagni anche
perché il 21 aprile del 1636, colpito dal vaiolo mentre si
trovava a Napoli, all’età di soli 23 anni, passò a miglior
vita: non avendo eredi legittimi, lasciò i possedimenti feudali
nelle mani del fratello Ugo che invece, ironia della sorte,
resterà in carica per oltre quarant’anni.
E toccò proprio ad Ugo Boncompagni, che
aveva sposato Maria Ruffo, sorella del duca di Bagnara (34),
fronteggiare nel 1647, quella grave insidia conosciuta come
"sollevazione paponiana", che per parecchi mesi
gettò lo scompiglio nelle terre del ducato di Sora e, più in
generale, nel territorio del Lazio meridionale e del casertano.
L’avventura di Domenico Colessa,
soprannominato Papone, nato a Caprile nel 1607, pastore di
capre, poi "birro" ed infine "scorridore
di campagna", iniziò il 7 luglio del 1647, quando in
seguito alla rivolta di Masaniello, vennnero liberati a Napoli
tutti i detenuti: fra coloro che si giovarono di questo
provvedimento vi fu anche Papone che, già da qualche tempo, si
trovava rinchiuso nelle carceri di S. Maria di Agnone.
Tornato in libertà e radunata una turba di
2000 "fuorusciti", come si diceva allora,
iniziò a tormentare l’intero territorio del basso Lazio,
riuscendo persino ad impadronirsi di importanti città quali
Sora, capitale del ducato omonimo, e San Germano, l’odierna
Cassino.
A proposito dell’occupazione di Sora il De
Santis narra che Papone il 28 novembre 1647 "entrò di
bel mezzodì in Sora, liberò indifferentemente tutti i
prigioni, tagliò a pezzi quelli che gli si opponevano armati, e
tra di essi due creati del padrone di detto luogo (n.d.a. il
duca di Sora); e fè gridar Viva il popolo e il Duca di Guisa"
(35).
Appresa la notizia dell’occupazione di Sora
il duca Ugo Boncompagni, che si trovava a Napoli, accorse
prontamente a capo di un esercito, per tentare di ristabilire la
normalità della situazione. Però, intercettata la turba
paponiana nei pressi del Garigliano "per trovarsi con
forze minori non stimò assalirlo" (36).
La vicenda si risolverà soltanto nell’agosto
del 1648 quando, catturato a Rieti, Papone fu condotto a Napoli,
sottoposto a processo e condannato a morte mediante "arrotamento
e squartamento".
La sentenza fu eseguita nella piazza del
Mercato il 26 di agosto alla presenza di una folla ragguardevole
e silenziosa.
"Il cadavere di Papone rimase esposto
al pubblico per due giorni interi; successivamente il corpo fu
deposto e sottoposto alla operazione dello squarto. E così il
capo fu condotto nella città di Sora, luogo delle sue prime
scorribande, mentre le restanti membra furono appese a Caprile e
nei paesi vicini e lì restarono per parecchio tempo a
testimoniare, con la loro lugubre e macabra presenza, quale
fosse la sorte riservata a tutti coloro che, come Papone,
cullando sogni ambiziosi, si arrogano il diritto di comandare
popoli e di sottomettere terre, sostituendosi alla legittima
autorità ed incuranti della sua inevitabile reazione e
repressione" (37).
La tragica fine di Papone segnò la
conclusione dei disordini nel ducato di Sora: e che non sia
stata una vicenda di poco conto è attestato dalla testimonianza
del Cayro il quale (38) dice che nel Duomo di Napoli,
alla presenza di una folla strabocchevole e festante, si
innalzò un solenne Te Deum per sottolineare la fine del
brigante e la conclusione di ogni ostilità (39).
Il lungo periodo che vide Ugo rimanere duca
di Sora, non fu propizio né sicuramente fausto.
Non si era ancora spenta l’eco degli
sconvolgimenti paponiani infatti (40) che, nel luglio del
1654, una violenta scossa di terremoto si abbatté sui centri
del ducato e sulla città di Sora, portando con sé una tragica
scia di morte e di distruzione.
Pochi anni dopo (1656/1657) fu la volta di
una virulenta epidemia di peste i cui esiti dovettero essere
disastrosi sulle popolazioni del luogo e dell’Italia
centro-meridionale in genere: basti pensare che nell’intero
Regno di Napoli morirono più di 1/5 degli abitanti e nella
città di Napoli la metà dei cittadini.
Queste catastrofi si verificarono a distanza
così ravvicinata che prostrarono terribilmente il territorio
del ducato di Sora che, nella seconda metà del ‘600, versava
in condizioni disastrose.
Relativamente a Roccasecca, vista la
scomparsa dei registri parrocchiali di quel periodo, non abbiamo
dati precisi che possano attestare la gravità di tali fenomeni
ed in particolar modo il tasso di mortalità, sicuramente
elevato, che colpì la popolazione.
Ci si doveva comunque trovare in una
situazione a dir poco critica, se, come riferisce lo Scandone,
nel 1660 l’università di Roccasecca "ottenne il Regio
Assenso per una nuova gabella sui pesi e misure perché la
maggior parte dei cittadini se n'erano andati via" (41).
Il 20 settembre del 1676 intanto moriva Ugo
Boncompagni: si insediava così sul ducato di Sora il figlio
primogenito (42) che, per distinguersi dal suo
predecessore, assunse il nome di Gregorio II.
Giovanissimo (43) aveva contratto
matrimonio con Giustina Gallio, figlia del duca Tolomeo II,
signore del finitimo "stato" di Alvito (44).
Proprio in questo periodo dovrebbero essere
stati realizzati i magnifici stucchi contenuti nel palazzo di
Isola Liri tra i quali compare anche quello di Roccasecca.
Il pannello roccaseccano è conservato, come
gli altri, nella "sala degli stucchi" del
castello Boncompagni, dal 1919 proprietà della famiglia
Viscogliosi. Fa parte di una serie di 18 raffigurazioni
rappresentanti i possedimenti dei Boncompagni nel ducato di Sora
e di Arce e negli "stati" di Arpino e di Aquino.
Essi risalgono alla seconda metà del XVII
secolo (45) e la particolarità è di straordinaria
importanza: siamo di fronte infatti alla prima e più antica
immagine di Roccasecca.
Lo stucco, posto in alto sulla parete dello
splendido salone, è inserito in una cornice rettangolare di
gesso con striature in finto marmo. Sulla sommità del disegno
è raffigurato un insolito festone con la scritta "Rocca
Sicca Patria D. Thomae Aquino". In primo piano, sulla
vetta dell’Asprano, il maniero dei conti d’Aquino con l’inconfondibile
torre cilindrica. Appena al di sotto, sulle propaggini della
montagna, la chiesetta di San Tommaso con accanto il vecchio
convento domenicano del XV secolo. Ancora più in basso la
chiesa della SS. ma Annunziata con addossate le case del borgo
medievale del Castello. Facilmente identificabile via
Vallefredda, la stradina che dal borgo menava alla Valle nonché
gli altri due tratturi che si ricongiungono alla odierna via d’Aquino
la quale, dal nucleo urbano di Santo Janni, taglia
orizzontalmente la vasta piana del Melfa. Sulla destra, al di
sotto della torre cilindrica, si scorge Caprile con il vetusto
eremo di S. Angelo in Asprano. Nella campagna sottostante infine
si riconosce la chiesetta della Madonna del Pozzo, attualmente
dedicata ai Santi Apostoli Filippo e Giacomo (46).
Prima di subentrare al padre nel ducato,
Gregorio si era distinto nella repressione dei "banditi"
che infestavano a quel tempo l’Italia centrale. Per questa sua
attività però incappò nelle ire del pontefice Clemente X che
reclamava a gran voce la consegna dei malfattori catturati nel
territorio dello Stato della Chiesa: fu, nel 1674, persino
scomunicato, anche se il provvedimento nei suoi confronti fu ben
presto revocato (47).
Nel 1677 l’università di Roccasecca
ottenne un Regio Assenso con il quale si istituiva una nuova
tassa per far fronte non solo al pagamento di alcuni
assegnamenti fiscali spettanti al duca di Sora, ma anche agli
aiuti che erano stati forniti ai cittadini durante i difficili
periodi precedenti.
Il debito avrebbe dovuto essere estinto nel
corso di un biennio però, come riferisce lo Scandone, il duca
"si rese benemerito dell’università, non solo col
differire il pagamento di alcune rate di fiscali a lui concessi
dalla Regia Corte, ma aiutando con proprio denaro quei suoi
sudditi, in tempo di grande penuria, per rifornirli di grano e
di olio" (48).
Il matrimonio fra Gregorio II e Giustina non
portò all’instaurazione fra i Boncompagni ed i Gallio dei
classici rapporti di buon vicinato: non a caso sul declinare del
XVII secolo scoppiò una lite fra lo stesso Gregorio II e il
cognato Francesco, successo al padre Tolomeo II nel ducato di
Alvito. Rosanna Tempesta descrive mirabilmente la situazione:
"La lite nacque per un mulino feudale che il duca di
Sora, da oltre vent’anni, possedeva in una zona distante circa
2 miglia dal ponte d’Apino (attuale ponte Tapino), che
delimitava le due giurisdizioni territoriali. Finché Francesco
ebbe disponibilità di fondi, tra i due cognati regnò l’accordo,
ma quando l’alvitano si trovò a corto di denaro studiò in
tutti i modi come procurarselo, anche con la frode. Francesco
cercò di dimostrare che il mulino del Duca di Sora e le sue
opere di presa intralciavano il deflusso delle trote nelle acque
del Fibreno. La causa fu istruita, ma, nonostante gli intrighi,
il commissario Argento decise che fossero demolite solo quelle
opere che potevano ostacolare il passaggio delle trote e
stabilì che il mulino non poteva nuocere al transito dei pesci,
perché lo steccato, che serviva come adduttore dell'acqua,
occupava solo una esigua parte del letto del fiume" (49).
Sfortunatamente l’unione fra Gregorio e
Cristina non fu allietata dalla nascita di figli (50) e
così, quando quest’ultima, ancora giovane, venne a mancare
(1679), il duca Boncompagni sposò in seconde nozze Ippolita
Ludovisi (1682), che gli portò in dote il principato di
Piombino e di Venosa (51).
Anche da questa seconda unione però non
scaturirono eredi di sesso maschile (52): e così quando
il 1° febbraio del 1707 Gregorio II passò a miglior vita (53)
il ducato di Sora restò nelle mani del fratello Antonio che
nel 1702 aveva sposato la nipote Maria Eleonora, anche per
far sì che i Boncompagni non uscissero definitivamente di
scena.
Antonio, Gran Siniscalco del Regno di Napoli,
insignito del prestigioso Ordine del Toson d’Oro, si distinse
specialmente per l’impegno con il quale si dedicò all’incremento
delle fabbriche di Isola e di Arpino e per l’intensificazione
che seppe procurare ai traffici commerciali con il finitimo
Stato Pontificio.
Istituì anche "una dotazione in
favore dei Gesuiti, acciò non mancasse mai la predicazione ne’
vari luoghi del Ducato di Sora, né risparmiò mai spesa a
vantaggio de’ suoi vassalli nel ristauro de’ pubblici
edifizj" (54).
Quando il 28 gennaio del 1731 si spense, nel
testamento lasciò i beni feudali al figlio Gaetano (55),
ignorando la circostanza che essi appartenevano in effetti, alla
consorte Maria Eleonora.
E così, malgrado la palese violazione,
Gaetano nel 1731 divenne duca di Sora e principe di
Piombino; Maria Eleonora invece morì il 9 gennaio del 1745 (56).
Riconquistato nel 1734 il Regno di Napoli
dopo la breve parentesi austriaca, Carlo III di Borbone, da vero
sovrano "illuminato", decideva di dare un nuovo
volto ai suoi possedimenti meridionali. Avvalendosi dell’ausilio
di valenti giuristi ed economisti napoletani quali Galiani,
Filangeri e Genovesi, nonché della preziosa collaborazione del
ministro Tanucci, mise in atto svariate iniziative di grande
utilità e di indubbio spessore. Fu avviata inoltre una seria
riforma fiscale che avrebbe dovuto rivitalizzare le attività
economiche oltre ad assicurare una maggiore giustizia fra i vari
ceti sociali, annullando quella dannosa sperequazione fonte di
tanti dissidi e sconvolgimenti.
Perno di questa attività riformista fu,
senza ombra di dubbio, l’istituzione del "catasto
onciario" di cui erano obbligate a dotarsi tutte le
università del Regno.
Lo Scandone, con la sua solita precisione e
concisione, spiega il meccanismo della nuova istituzione: "Ogni
cittadino era obbligato a presentare la ‘rivela’ (n.d.a.
l’odierna dichiarazione dei redditi o unico che dir si voglia)
di tutte le rendite provenienti da beni immobiliari e mobili
e dalla propria attività di lavoro, anche semplicemente
manuale. La somma globale veniva calcolata in once per il
valore, ognuna, di 6 ducati. La somma di tutte le imposte si
sarebbe divisa per il numero delle once rivelate in tutta l’università.
Il coefficiente così trovato sarebbe stato applicato a
calcolare ciò che avrebbe dovuto pagare ciascuno dei
contribuenti moltiplicandolo per le sue once" (57).
Un’analisi dettagliata e precisa del nuovo
sistema impositivo che rappresentò un qualcosa di
rivoluzionario per le popolazioni e le municipalità del
meridione, è fornita da Domenico Cedrone, nella sua opera sul
catasto di Gallinaro. "Erano soggetti alla tassa tutti i
terreni del Regno nella misura del cinque per cento sul reddito
annuo, ovvero tre carlini ad oncia, dedottene le spese di
coltivazione. Erano esenti i beni feudali e i terreni
appartenenti al patrimonio sacro, secondo il concordato, purché
questi ultimi non avessero una rendita inferiore a ducati 24 e
non superassero la rendita di ducati 40, dei quali però si
doveva fare la rivela. La casa adibita a propria abitazione era
immune da tassa, delle altre si tassava il reddito del fitto,
detratte le spese di manutenzione. Gli animali che formavano l’oncia
d’industria erano tassati al 10 per cento, fatta eccezione
degli animali ‘ad instructionem feudi’ perché facevano
parte dei beni feudali ed erano esenti. Erano tassati il denaro
che si aveva in commercio e i censi attivi. Per quanto riguarda
i cittadini, oltre a pagare per i beni posseduti, erano tassati
anche per la testa nella misura di un ducato (questa tassa era
dovuta dal solo capofamiglia) ed in più erano tassati per l’industria
o arte che esercitavano. Erano esenti per il ‘testatico’
tutte le persone che vivevano nobilmente o con la rendita dei
propri averi e tutti coloro che esercitavano una professione
nobile, ovvero medici, dottori di legge, giudici e
notai. Non pagavano i 10 carlini i sessagenari e i minori di 18
anni. L’esenzione però era limitata ai dieci carlini e, nel
caso l’università non riusciva a fare il ‘pieno’,
dovendosi aumentare la tassa della testa, gli esenti, eccetto i
minori di diciotto anni che ‘de jure non sono sottoposti al
pagamento di testa in qualsivoglia somma venga la medesima
tassata’, dovevano contribuire pagando la quota eccedente i
dieci carlini. Per quanto riguarda la tassa dell’industria o
dell’arte, essa non era uguale per tutti ma differente per
categoria: gli speziali ed i procuratori erano tassati per once
16; i suonatori, massari, cucitori, calzolai, barbieri e
bottegai per once 14; infine i vatecali, potatori, ortolani e
bracciali per once 12. Le once d’industria dovevano essere
pagate anche dai lavoratori compresi nella fascia di età tra i
14 ed i 18 anni in ragione della metà. Non erano tenute
a pagare il testatico e la tassa del mestiere le donne e le
persone che vivevano nobilmente. Le persone che pagavano le
tasse erano suddivise in: forestieri bonatenenti che
contribuivano alla tassa dei carlini 42 per fuoco per quanti
erano i fuochi fiscali dell’università; forestieri abitanti
che, oltre a contribuire alla tassa per i fuochi, pagavano anche
lo ‘jus habitationis’ nella misura di 15 carlini ed in più
contribuivano a pagare alcune spese ‘comunitative’;
cittadini dell’università i quali dovevano contribuire a
coprire tutti i pesi che essa sopportava. Per quanto riguarda il
clero, si hanno due categorie: gli ecclesiastici ‘in minoribus’
e gli ecclesiastici ascesi agli ordini sacri: i primi dovevano
pagare per i beni posseduti a seconda della categoria di
appartenenza (forestieri bonatenenti, forestieri abitanti o
cittadini), ma non pagavano il testatico e la tassa delle once d’industria.
Gli ecclesiastici ascesi agli ordini sacri erano tassati
solamente per l’eccedenza del patrimonio sacro. I beni
appartenenti ai luoghi pii, secondo il concordato, erano tassati
per la metà se i beni erano stati acquistati prima del
concordato e per intero se erano stati acquistati dopo. Non
erano soggetti a tassa i beni di seminari, parrocchie e
ospedali. Vi erano poi delle persone che godevano di alcuni
privilegi che davano diritto ad una esenzione totale o parziale
(cittadini napoletani, padri onusti di dodici figli, gli
abitanti di Cave). La formazione del catasto onciario, molto
elaborata e complessa, avviene attraverso una sequenza di atti
prescritti nelle prammatiche emanate dalla Regia Camera. Le
disposizioni emanate con la prammatica I, che poi erano le prime
istruzioni, risalgono al 17 marzo del 1741; esse riguardavano
gli atti preliminari spettanti alle università ed erano: atti,
apprezzi e rivele che una volta portati a termine, dovevano
essere inviati all’autorità centrale a cui spettava la
formazione dell’onciario, cioè la determinazione del censo da
pagare. Ma, a poca distanza di tempo, nel mese di giugno dello
stesso anno, Carlo III, nella sua lotta contro il potere
ecclesiastico, giungeva ad un concordato con la S. Sede, il che
comportò una serie di integrazioni e modifiche delle prime
istruzioni. La Regia Camera integrò le prime istruzioni con
disposizioni che vanno sotto il nome di ‘Avvertimenti’ e il
23 di agosto stabilì di inviarle a tutte le università del
Regno con l’ordine di immediata esecuzione delle stesse ed in
più decretò di affidare il compito alle stesse università per
la formazione dell’onciario. Questa decisione sarà molto
criticata da giuristi ed economisti in quanto, rimettendo il
tutto ad una commissione eletta dal parlamento cittadino, veniva
a mancare l’obiettività reale dell’operazione. Queste
seconde istruzioni furono inviate alle università il 28
settembre del 1742, concedendo quattro mesi di tempo per il
completamento delle operazioni. Il ‘librone dell’onciario’
doveva essere redatto in doppio esemplare, uno destinato alla
stessa università, l’altro, corredato da tutti gli annessi
(preliminari, apprezzo, rivele, atti), doveva essere inviato al
grande Archivio della Camera della Sommaria di Napoli"
(58).
Anche Roccasecca naturalmente, fu chiamata a
conformarsi alle nuove disposizioni.
Nel 1742 il governatore era Giuseppe
Pellegrini che si avvaleva della collaborazione del cancelliere
Giuseppe Renzi. Il governo cittadino invece, entrato in vigore
nel settembre dell’anno precedente, era composto dal "camerlengo"
(più o meno l’odierno Sindaco) Geronimo Basi e dagli "ufficiali"
(ossia gli attuali assessori) Donato Mancino, don Antonio
Adinolfi e Tommaso Antonio Panzini, ognuno per i tre quartieri
che componevano la "terra" di Roccasecca, ossia
Valle, Castello e Caprile.
Ad ottobre, sotto la direzione del
governatore Pellegrini, fu costituita una apposita commissione
che aveva il compito di controllare le "rivele".
Furono nominati sei "deputati": per il "ceto
alto" Francesco Evangelista e Filippo Scorti; per
quello "mediano" Giuseppe Renzi e Mariano
Cauccio; per il "ceto basso" infine Nicola Di
Stasi e Tommaso Tanzillo. Furono altresì nominati in qualità
di "periti estimatori" Tommaso Del Pizzo e
Antonio Abbate di Roccasecca e Domenico Di Nota e Domenico di
Santorenzillo, forestieri, come volevano le disposizioni. Infine
il vicario capitolare della diocesi (59) provvide a
nominare i "deputati ecclesiastici" nelle
persone di don Ottavio Giovinazzi per il clero secolare e di don
Bernardo Amati per quello regolare.
Nel dicembre dello stesso anno (1742) si
convocò un "parlamento" (ossia, come si
direbbe oggi, un consiglio comunale) al quale oltre al
governatore Pellegrini, intervennero il nuovo camerlengo
Giuseppe Carillo (il governo municipale infatti aveva la durata
di un anno) e gli ufficiali Tommaso Antonio Panzino, Giuseppe
Patriarca e Tommaso Tanzillo: compito del parlamento
roccaseccano era quello di varare il "catasto onciario"
che, per disposizione regia, sarebbe dovuto entrare in vigore
nel gennaio del 1743 (60).
"Alla fine, esaminate le rivele, e
controllato, con l’aiuto degli esperti, il valore in once di
tutte le attività dei cittadini e dei forestieri, ed eseguiti i
calcoli prescritti, fu menata a termine la compilazione dell’Onciario
in duplice esemplare. Di questi fu conservato uno in archivio
del comune (n.d.a. andato perduto); inviato l’altro in
Napoli alla Sommaria" (61).
Nel catasto onciario di Roccasecca,
attualmente conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli,
è contenuto un lungo elenco di beni feudali posseduti "in
loco" dal duca di Sora Gaetano Boncompagni, che
riportiamo integralmente. 1) Il palazzo nel luogo detto la Corte
vicino la parrocchiale chiesa di S. Margherita, in cui sogliono
risiedere i governatori locali; 2) la mastrodattia (62),
la bagliva (63) e la Colta di S. Maria (64); 3) il
montano che serve anche per la terra del Colle S. Magno; 4) il
molino che va compreso nell’affitto con quelli di Aquino; 5)
un territorio campese di 1 tomolo e mezzo sopra Torre del Duca;
6) un territorio campese di superficie di tomoli 3 sopra la
Strada Romana; 7) un territorio campese di 1 tomolo e mezzo
sopra le Panniglie; 8) un territorio campese di tomoli 2 sopra
la selva di S. Giovanni; 9) un territorio campese di tomoli 30 a
la Fontana di Leggio; 10) un territorio campese di tomoli 2,
boscoso con cerri, a lo Fosso manco; 11) un territorio campese
di tomoli 10 nello stesso luogo; 12) un territorio inculto e
bosco di tomoli 150 a la Selva rotonda; 13) un territorio
inculto e bosco di tomoli 60 a Lo Commone; 14) un territorio
boscoso di tomoli 60 a S. Mauro; 15) altri territori di limitata
estensione, divisi fra 86 censuari.
Si trattava, come è facile notare, di un
"corpus patrimoniale" di notevole rilevanza.
Spesso era l’università di Roccasecca che si accollava l’onere
della manutenzione di siffatti beni.
In un elenco delle spese dell’università,
relative all’anno 1777 infatti, si legge: spesi ducati 0,11
"per riattazione fatta all’inserto ossia all’argine
anteposto all’acqua per servizio delli molini locali non
ostante che siano del barone" (65); ed ancora
spesi ducati 1,30 "per far rimettere l’acqua all’alveo
delli molini benché baronali" (66).
Le spese inerenti ai beni ducali continuavano
anche nell’anno 1778 quando l’università di Roccasecca
spese ducati 0,40 "per calce servita per riattare la
mola del sig. Principe di Sora" (67), o ducati
0,20 "per far rimettere l’acqua nell’inserto della
mola del Principe" (68) ed ancora ducati 0,30
"per riattare un vado nell’inserto della detta mola
del principe" (69).
La compilazione del "catasto onciario"
non rappresentò per Roccasecca la sola novità di questo
periodo; infatti il 29 giugno del 1743 le autorità
ecclesiastiche decisero di trasferire a Roccasecca il seminario
diocesano e con esso la residenza del vescovo, il tribunale
vescovile e l’archivio.
Il seminario aveva avuto fino ad allora una
vita estremamente tormentata: aperto ufficialmente ad Aquino il
17 novembre del 1583, grazie all’impegno di mons. Flaminio
Filonardi, pochi mesi dopo l’acquisto dello "stato"
da parte dei Boncompagni, l’opera rimase incompiuta e finì
per essere completamente abbandonata: d’altro canto l’aria
malsana di Aquino non favoriva certamente la realizzazione del
pur importante progetto (70). Fu allora indispensabile
individuare per il seminario una nuova e più dignitosa sede e
questa volta la scelta ricadde sulla vicina cittadina di
Pontecorvo, possedimento dello Stato Pontificio all’interno
del Regno di Napoli, dove, già da qualche tempo i vescovi
diocesani avevano trasferito la loro residenza.
La soluzione però non si rivelò definitiva:
non era possibile infatti che gli uffici vescovili si trovassero
al di fuori del territorio del Regno.
"Per comporre la controversia fu
incaricato l’arcivescovo di Nicosia e nunzio apostolico del
regno mons. Raynero Simonetti che, ascoltate le ragioni addotte
dal nuovo vescovo mons. Francesco Antonio Spadea, dal duca
Gaetano Boncompagni-Ludovisi, feudatario del tenimento di Aquino,
e dal Capitolo dei canonici, il 29 giugno 1743 determinò che il
vescovo ed i suoi successori avrebbero dovuto trasferire da
Pontecorvo e perpetuamente mantenere a Roccasecca la propria
residenza, il Tribunale vescovile, l’Archivio ed il Seminario.
La città di Aquino era ormai in condizioni talmente pietose da
non poter ospitare decorosamente la sede episcopale; d’altra
parte Roccasecca era molto più popolosa di Aquino, era situata
in mezzo alla diocesi, aveva aria salubre e purgata, era poco
distante dalla Cattedrale" (71).
La vicenda però era tutt’altro che
conclusa: a Roccasecca infatti mancava una struttura idonea ad
ospitare il vescovo diocesano ed i suoi uffici.
A questo punto "il Simonetti ingiunse
al Duca (n.d.a. Gaetano Boncompagni-Ludovisi), che
accettò, di provvedere a proprie spese al reperimento di una
casa idonea per stabilirvi il Seminario, ed anche alla cessione
del proprio palazzo Baronale per farvi abitare decentemente il
Vescovo, il Vicario, la Curia e per conservarsi l’Archivio. Il
Papa (n.d.a. Benedetto XIV), riconoscendo la decisione
del Nunzio giusta, ragionevole ed in tutto confacente allo stato
della Diocesi, la sancì con la sua inviolabile, apostolica
autorità in un Breve speciale del 22 agosto 1743" (72).
E così "il Duca Gaetano
Boncompagni-Ludovisi, in ottemperanza a quanto convenuto,
assegnò per abitazione al Vescovo il proprio Palazzo sito in
Roccasecca e subito dopo comprò con proprio danaro diverse case
attigue che riadattò per farne un complesso che potesse
decentemente servire all’uso prestabilito. I lavori, sostenuti
sempre a carico del Duca, comportarono una spesa ammontante a
ventimila ducati circa. Terminata la ristrutturazione delle case
il duca consegnò il tutto al nuovo Vescovo (n.d.a. mons.
Giacinto Sardi, che aveva preso possesso della diocesi di Aquino
e Pontecorvo l’11 luglio del 1751; il vescovo Spadea infatti
aveva rinunciato al vescovato e si era ritirato a Roma) ed ai
suoi successori con atto di donazione stipulato a Roma il 2
giugno 1753, nel Palazzo del Boncompagni stesso, sito in
contrada detta ‘la Pilotta’, davanti al notaio D. Cesare
Parchetti" (73).
A ricordo di tale donazione mons. Sardi, nel
1755, fece apporre al di sopra del portale di ingresso del
seminario, una lapide marmorea che è tuttora visibile (74).
Mario Rossini nella sua minuziosa ricerca sul
Seminario di Roccasecca, specifica anche quali furono le case
oggetto della donazione effettuata, a dire del duca, "per
promuovere il pubblico bene": esse confinavano "a
sud con la pubblica piazza; ad est con l’orto e le case degli
eredi di Giuseppe Adinolfi, alias Saccuccino, Dott. Filippo
Scorti, Rosina Bansi ed altri; a nord con Agata Gallinelli ved.
Sagneri, ad ovest con le case del dott. Pietrantonio Notarangeli.
Affinché esse potessero essere sempre ben mantenute, il Duca
promise e si obbligò di assegnare un fondo di rendita annua di
18 ducati (Atto del notaio Parchetti del 27 maggio 1759), come
difatti fece" (75).
Nell’atto di donazione stilato in Roma il 2
giugno del 1753, il duca Gaetano Boncompagni-Ludovisi fece
inserire delle clausole importanti sulle quali è opportuno
soffermarsi brevemente.
La prima recita testualmente: "delle
suddette case se ne sente pienamente trasferito il dominio; ma
però ad uso limitato dell’abitazione e residenza de’Vescovi
pro tempore, e suoi Ufficiali, e Ministri, e per la ritenzione
del Tribunale, Archivio, e Seminario, e che in niuna maniera
possono affittarsi, e locarsi ad alcuno, o convertirsi in altri
usi, oltre il già espresso".
Un’altra clausola, sempre inserita nell’atto
di donazione, vuole "che le case suddette non possono
per qualsivoglia causa e motivo, anche giusto ragionevole, ed
approvato dalle leggi, alienarsi, ipotecarsi, permutarsi, ed
unirsi ad altri anche Luoghi Pii, non ostante qualunque facoltà
e licenza che ne ottenessero da leggittimi superiori".
Inoltre "che delle case suddette
qualora, o in tutto o in parte contro la volontà di detto
Eccellentissimo Signor Duca donante, se ne mutasse l’uso già
prefisso per il comodo e residenza de’ Vescovi pro tempore e
de’ loro Ufficiali, e per la ritenzione del Tribunale,
Archivio e Seminario, o pure si alienassero, o ipotecassero,
permutassero, o si unissero, ed applicassero ad altri Luoghi
Pii, non se ne sente trasferito, né il dominio, né l’uso. Ma
anche in tal casi ed in ciascheduno di essi, tutte ritornino
ipse jure et ipso facto ad esso Ecc.mo Sig. duca donante e suoi
successori nel Feudo per poterne di bel nuovo liberamente
disporre, poiché la sua volontà ed intenzione è sempre stata
ed è di donare per gli usi suddetti limitati, altrimenti non
verrebbe a tal donazione, purché però la residenza de’
Vescovi, de’ loro Ufficiali, e Curia, del Seminario ed
Archivio non venisse a ristabilirsi nella detta città di Aquino
nel qual caso solo il medesimo Ecc.mo sig. Donante vuole ed
intende che la presente donazione resti nel suo pieno vigore e
fermezza".
Seguono infine altre due clausole; la prima
"che i Vescovi pro tempore ed il Seminario suddetto
siano tenuti presentemente ac Mundo durante nel giorno
anniversario della morte di esso Ecc.mo Sig. Duca far celebrare
Messa cantata". L’altra "che tal donazione
per mezzo di pubblico istrumento, tra lo spazio di tre mesi
debba con tutte le condizioni e pesi come sopra espressi
accettarsi da detto Monsignor Vescovo" (76).
La qual cosa, ad onor del vero, non accadde:
e così se monsignor Sardi accolse senza difficoltà la
donazione da parte del Boncompagni con tutte le sue clausole,
non altrettanto fece il Capitolo Diocesano che ritenne le stesse
del tutto inaccettabili.
Su questo argomento si aprì un aspro
contenzioso fra le autorità ecclesiastiche ed i Boncompagni che
si trascinerà avanti per parecchio tempo. Basti pensare che nel
1874 Don Antonio Boncompagni-Ludovisi, erede e successore del
duca Gaetano che nel 1753 aveva effettuato la donazione,
intentò presso il tribunale di Cassino, un’azione legale
diretta a riottenere dal Capitolo di Aquino il possesso dei beni
donati "stante l’inadempimento delle condizioni
scritte nei patti" (77).
Tornando però al periodo che a noi interessa
più da vicino, occorre far notare che la munificenza e la
generosità da parte del duca Gaetano Boncompagni nei confronti
del Seminario non si esaurì con la pur notevole donazione dei
fabbricati.
Infatti affinché tale istituzione "possa
in tempo avvenire maggiormente ampliarsi e stabilirsi in questa
terra" egli donò al Seminario un appezzamento di terra
di circa 10 tomoli situato "sotto la muraglia di questa
istessa terra di Roccasecca in luogo denominato il campo
Marrocchi". "L’Atto, steso dal giudice ai
contratti Angelo Castiglia, nel Palazzo dei fratelli Antonio e
Francesco Colantonis, fu stipulato fra lo stesso Francesco
Colantonis, procuratore del Duca Gaetano Boncompagni Ludovisi,
ed il Rev. D. Paolo Colomba, Rettore del Seminario. Una delle
obbligazioni sottoscritte ed accettate era che la donazione
rimaneva valida fino a quando il Seminario e la Curia Vescovile
risiedevano in Roccasecca, altrimenti ‘da ora e per allora
resti per nulla, irrita, e cassa, e sia lecito a detto Ecc.mo
Sig. Principe e suoi eredi, e successori di riprendere le
suddette migliorazioni, e terreno’ " (78).
A questo punto è doveroso abbandonare le pur
interessanti vicende del Seminario (79) e tornare all’oggetto
della nostra trattazione.
Il fabbricato donato da Gaetano Boncompagni
al vescovo di Aquino, costituiva l’originaria sede della
"corte", ossia il luogo dove risiedeva il
governatore e gli altri funzionari ducali.
Sta di fatto però che nel catasto onciario
compilato nel 1742, fra i beni posseduti dai Boncompagni a
Roccasecca , figurava "il Palazzo nel luogo detto la
Corte vicino la Parrocchiale chiesa di s. Margherita, in cui
sogliono risiedere i governatori locali".
Quindi ben prima della donazione, avvenuta
nel 1753, il duca Gaetano Boncompagni aveva reputato opportuno
trasferire la sede della "corte" nel nuovo
palazzo, situato di fronte alla chiesa parrocchiale.
E così, anche se le prime notizie di quello
che sarà in seguito il palazzo comunale di Roccasecca risalgono
al 1742, possiamo senza dubbio spostare le sue origini ai primi
decenni del XVIII secolo: del resto, come si può chiaramente
dedurre dalla citazione suddetta, all’epoca dell’introduzione
del nuovo sistema fiscale, la sede era già perfettamente
funzionante.
Si tratta di una maestosa ma, nello stesso
tempo, elegante costruzione a due piani realizzata secondo le
austere linee architettoniche dei canoni neoclassici. Dopo aver
ospitato fino al 1796 i funzionari ducali ed in particolar modo
il governatore, nel 1872 fu acquistata dall’amministrazione
comunale di Roccasecca che immediatamente dette inizio ad una
serie di lavori di ampliamento e di ristrutturazione, come è
ricordato in una lapide marmorea posta sulla destra dell’androne
di ingresso (80), terminati nel 1881, che donarono all’edificio
quell’aspetto che ancora oggi, in buona parte, sopravvive.
Un’altra lapide, collocata sempre nello
spazioso salone di ingresso, ricorda invece il contributo in
denaro versato dal comune di Roccasecca per permettere l’erezione
a Roma della statua del re Vittorio Emanuele II "gran
principe che spese la vita a pro della patria" (81).
Infine un’ultima iscrizione, posta a metà
dell’imponente scalinata che conduce alla sala consiliare,
ricorda la visita che il pontefice Paolo VI fece a Roccasecca
nel 1974, in occasione del VII centenario della morte di San
Tommaso d’Aquino (82).
Danneggiata pesantemente dai bombardamenti
dell’ultima guerra e poi, più di recente, dalle scosse
telluriche del 1984, la struttura è diventata inagibile e gli
uffici comunali sono stati provvisoriamente trasferiti prima nel
prefabbricato dell’asilo e poi in un’ala del palazzo
seminariale.
Finalmente, dopo ben sedici anni di
abbandono, grazie a sapienti lavori di restauro e di ripristino,
il vecchio e glorioso "palazzo della corte" è
risorto in tutto il suo splendore e torna di nuovo ad ospitare,
come un tempo, la municipalità di Roccasecca.
La generosità del duca Gaetano fu molto
apprezzata a Roccasecca e negli altri centri del ducato (83);
e così, quando nel 1777 passò a miglior vita, l’università
gli dedicò un solenne funerale, come si apprende dall’elenco
delle spese ordinarie sostenute in quell’anno dal governo
civico (84). Gaetano Boncompagni fu sicuramente un
personaggio di primissimo piano nell’ambito della nobiltà del
Regno di Napoli.
Basti pensare che nel 1734 quando Carlo di
Borbone fece il suo ingresso in Napoli fu scelto, insieme al
principe di Centola, in rappresentanza della nobiltà regnicola,
ad offrire al sovrano le chiavi della città.
Insignito nel 1736 del Toson d’Oro, nel
1748 fu nominato maggiordomo maggiore della regina Maria Amalia
di Sassonia che andava in sposa al re Carlo; compì inoltre, in
qualità di ambasciatore, numerose missioni in Spagna presso il
re Filippo V.
Svolse un ruolo di grande importanza nell’ambito
della corte napoletana godendo dell’appoggio incondizionato
del Re e della Regina. Nel 1747 però, in seguito a contrasti
sorti in merito al principato di Piombino, Gaetano si dimise
dalla carica di maggiordomo "per attendere personalmente
ai gravi interessi della sua casa" (85).
Si ritirò quindi a Roma e non mancò di
prendere posizione specie contro la politica ecclesiastica dei
Borboni che aveva portato all’espulsione dei Gesuiti dalla
Spagna e dal Regno di Napoli (86).
Alla morte di Gaetano nel possesso dei feudi
subentrò Antonio II, il primo dei nove figli che Gaetano aveva
avuto da Laura Chigi, dama di corte della Regina di Napoli (87).
Il nuovo duca di Sora, che aveva sposato
prima Giacinta Orsini e poi, in seconde nozze, Vittoria Sforza
Cesarini, venne di persona, nel 1777, a pendere possesso della
"terra" di Roccasecca che gli consegnò
prontamente le chiavi (88).
E tornò anche l’anno successivo (1778)
quando l’università si mobilitò per festeggiare in pompa
magna l’evento (89).
Uno dei primi provvedimenti adottati dal duca
Antonio fu quello di confermare nella carica di governatore
Filippo Coccoli contro di cui, negli anni precedenti, vi erano
state parecchie lamentele da parte della cittadinanza, a causa
del suo duplice ruolo di capo della corte baronale e di giudice
delle seconde cause.
Nel 1778 poi Antonio II nominò "mastrodatti"
a Roccasecca, Francesco Catenaccio di Casalvieri: egli, come
precisa lo Scandone, potè esercitare l’ufficio "non
ostante che vi abitasse una sorella, maritata ad un roccaseccano"
(90): non si riscontrò insomma la possibilità di
incorrere, come si direbbe oggi, nel reato di interessi privati
in atti d’ufficio.
Nel 1794 il canonico della collegiata di
Castelluccio (l’odiera Castelliri) Giacinto Pistilli (91),
nel quadro di una ristrutturazione economico-industriale della
media valle del Liri, prospettava la realizzazione ad Isola Liri
di una fabbrica di cannoni e di uno stabilimento per la filatura
di ferro, rame ed ottone, sfruttando la forza motrice dei fiumi
Liri e Fibreno: lo scopo era quello di strutturare in maniera
diversa e più funzionale il territorio che, pur essendo dotato
di fabbriche per la lavorazione dei panni di lana, di proprietà
ducale, versava in condizioni estremamente arretrate, tanto da
costringere numerosi lavoratori ad emigrare nel vicino Stato
Pontificio.
Il "piano Pistilli" inoltre
prevedeva anche la realizzazione di una strada che congiungesse
Sora a Ceprano e quindi la Terra di Lavoro allo Stato
Pontificio, degno coronamento della cosiddetta "consolare"
che, proprio in quel periodo, andava costruendosi per favorire i
collegamenti fra Napoli e le zone limitrofe del Regno (92).
Con tale arteria si favoriva non soltanto lo
sviluppo del polo industriale sorano ma si assicurava anche una
più rapida e comoda avanzata delle truppe verso la frontiera
pontificia, in un momento in cui nubi cariche di tempesta si
addensavano pericolosamente all’orizzonte (93).
La "consolare" "viene
costruita a decorrere dal 1794 dal colonnello Parisi (n.d.a.
era il comandante della Regia Accademia Militare), nominato
soprintendente, e dall’ingegner Bartolomeo Grasso, che ne
elabora i progetti, con un itinerario più razionale dell’antico
tracciato, che seguiva i centri abitati anche sui monti e sui
colli. La sua realizzazione si giova del contributo dei baroni e
dei comuni posti fino alla distanza di 10 miglia. I ‘ratizzi’
comunali sono limitati ai possedimenti in ragione del valore
della proprietà e della distanza dalla strada. La spesa
preventiva viene stimata in 300 mila ducati, due terzi a carico
dei comuni ed un terzo a carico dei baroni" (94).
Il progetto del nuovo piano industriale
elaborato dal Pistilli, non fu accolto di buon occhio da Antonio
II Boncompagni che temeva soprattutto per la sorte delle
fabbriche di panni, la risorsa economica più rilevante del suo
ducato.
Esse però versavano in condizioni veramente
disastrose, determinando le lamentele degli stessi operai: il
duca infatti pur ricavandone una rendita elevata di circa 14
mila ducati l’anno, non si curava minimamente della loro
manutenzione.
Di qui la produzione di un manufatto di
pessima qualità e scarsamente concorrenziale, che contribuiva a
determinare la fuga dei lavoratori nello Stato della Chiesa.
Il Boncompagni tentò di opporsi al progetto
indirizzando anche una relazione circostanziata al Re di Napoli.
Ciò però non fu sufficiente: e così, con
un regio dispaccio datato 31 marzo 1795, si dava il via alla
realizzazione del "piano Pistilli" e, al
contempo, si autorizzava la costruzione della strada
Sora-Ceprano (95).
Era questo il primo passo verso quel processo
di reintegra del ducato sorano nel demanio regnicolo che di lì
a poco si sarebbe concretizzato: del resto troppo importanti,
dal punto di vista strategico-militare, erano quei territori,
posti a confine con lo Stato Pontificio, perché la corte
borbonica, impegnata da tempo nella lotta contro la feudalità
ed i suoi privilegi, decidesse di lasciarli alla gestione dei
Boncompagni (96).
Di tale inevitabile circostanza poi era
perfettamente conscio anche lo stesso duca Antonio che in una
sua memoria così scriveva: "Al presente i feudatari non
altrimenti si considerano e sono che tanti officiali regi (…)
tanti decorati esattori delle rendite vendute o concedute loro
dalla corona" (97).
Né poi da parte dell’ultimo duca di Sora
si manifestò la volontà di opporsi in qualche modo alla
ineluttabilità degli eventi: già da tempo infatti Antonio II,
dopo aver abbandonato il palazzo di Isola del Liri, si era
trasferito a Roma e mostrava un totale disinteresse per le
vicende del suo ducato (98).
A questo punto il frutto era ormai maturo: si
procedeva a grandi passi verso la reintegra dei feudi nel regio
demanio (99).
Però se Antonio Boncompagni sembrava ormai
rassegnato a cedere il suo feudo sorano, era d’altro canto
assai agguerrito nel difendere le sue prerogative e nel voler
ricavare dalla cessione il maggior utile possibile.
Iniziò a questo punto un lungo ed articolato
contenzioso fra i rappresentanti ducali e l’avvocato fiscale
Don Nicola Vivenzio, incaricato dalla corte regia di trattare l’affare
(100).
Ad un certo momento si ipotizzò anche una
permuta: ad Antonio Boncompagni, in cambio del ducato di Sora,
sarebbero andati i feudi del principe della Riccia, nel capuano,
morto senza lasciare eredi.
Questa soluzione apparve decisamente
praticabile tanto è vero che il 1° ottobre del 1795 Vivenzio
poteva annunciare a Ferdinando Corradini, segretario del Supremo
Consiglio delle Finanze, che aveva finalmente determinato l’ammontare
delle rendite di Sora e della Riccia.
Il 31 dicembre dello stesso anno il Supremo
Consiglio delle Finanze dichiarava (il dispaccio in effetti
porta la data del 16 gennaio 1796) "incorporato alla
corona lo Stato di Sora ed Arpino, assegnando in compenso all’ex
duca lo Stato della Riccia" (101).
Però, nonostante le incoraggianti premesse,
alcune difficoltà sopravvenute (in particolar modo il parere
contrario dato dall’Intendenza degli Allodiali) impedirono l’esecuzione
della permuta.
Ci si orientò allora a concedere al duca di
Sora un corrispettivo adeguato per la perdita dei suoi beni
feudali: in parole povere al Boncompagni, in cambio di Sora,
"sarebbe stata assicurata una rendita annua eguale a
quella che, secondo l’accertamento condotto dal Vivenzio, egli
aveva tratto mediamente dal suo feudo" (102).
Tale rendita annuale fu calcolata in una
cifra di poco superiore ai 30 mila ducati.
Un dispaccio reale datato 14 luglio 1796
stabiliva che "il compenso per lo Stato di Sora gli
sarebbe stato versato non già sotto forma di equivalenti
possedimenti feudali (n.d.a. era fallita infatti la permuta
con i feudi della Riccia) bensì in partite di arrendamento
del medesimo valore nominale" (103).
Questa soluzione incontrò la ferma protesta
del duca il quale faceva osservare che "a causa di quell’inaspettata
decisione, egli avrebbe perduto dignità e onori e si sarebbe
ridotto alla bassa condizione di qualunque privato" (104).
Anche a questa contestazione però l’abile
Vivenzio trovò una soluzione, riconoscendo al feudatario un’ulteriore
somma "in compenso della Signoria che viene a perdere".
Del resto, come sottolinea lo stesso avvocato
fiscale, "le partite di arrendamento sono una rendita
certa e sicura, non soggette ad eventualità, ne à spese di
amministrazione; viceversa i redditi percepiti dal Buoncompagni
sui corpi feudali dello Stato di Sora nel corso dell’ultimo
decennio sono andati a decadere di anno in anno. Si aggiunga poi
che da essi vanno detratte le spese di amministrazione. In
conclusione, il duca avrebbe ricevuto dalla perdita del feudo un
vantaggio e non una perdita, perché egli aveva ricavato dai
suoi beni molto meno dei 30 mila ducati annui che gli erano
stati assegnati" (105).
Il dado ormai era tratto: Antonio Boncompagni
dovette piegarsi a questa soluzione che se lo appagava dal punto
di vista strettamente finanziario, lo lasciava perplesso quanto
alla perdita, assolutamente definitiva, dei suoi possessi
feudali e fondiari.
Con un regio dispaccio del 12 agosto 1796,
emanato da Arpino (106), il demanio napoletano
incorporava tutti i possedimenti che il duca aveva nel
territorio del Regno e cioè gli "stati" di
Sora, Arce, Arpino ed Aquino (107). Essi furono
divisi in quattro giurisdizioni rette da un governatore di
nomina regia (108).
Roccasecca fu inserita nella giurisdizione di
Aquino assieme a Palazzolo, Terelle e Colle San Magno (20 agosto
1796) (109).
Il governatore regio continuò a risiedere,
come un tempo, a Roccasecca che era la "terra più
popolata e più centrale in quei tempi: si segnava negli atti
così ‘il governatore di Aquino in Roccasecca’. Anche
Terelle, Palazzolo o S. Padre ricorrevano allo stesso
Governatore" (110).
La notizia è confermata anche dal Cayro che
parlando delle comunità di Castrocielo, Colle San Magno e
Palazzolo, così si esprime: "Prima ognuna di esse aveva
il suo Governatore, e dopo aggregate al Regio demanio hanno
dovuto ricorrere a quello d’Aquino, che risiedeva in
Roccasecca, e secondo l’ultimo sistema continua ivi a risedere"
(111).
E la testimonianza di Pasquale Cayro, che
scriveva la sua opera appena 15 anni dopo la devoluzione dei
beni feudali al regio demanio, ci sembra assolutamente degna di
fede.
E così, nel 1796, dopo ben 213 anni, i
Boncompagni (112) abbandonano Roccasecca e la madia-bassa
valle del Liri, territori questi incorporati a tutti gli effetti
nel Regno delle Due Sicilie.
"Per tal modo, un decennio prima
della eversione della feudalità in tutto il regno, Roccasecca
fu definitivamente liberata dal secolare giogo feudale":
così sintetizza lo Scandone nella sua magistrale opera (113).
A tale affrancamento però, avvenuto in
anticipo rispetto al resto del meridione, non faranno seguito
periodi di tranquillità e di pace. Grandi calamità infatti
incombono su Roccasecca e sul territorio del Lazio meridionale e
si materializzeranno, con tutto il loro tragico carico di
sangue, di distruzione e di morte, appena tre anni dopo, nel
1799.
Ma questi eventi appartengono ormai ad un’altra
epoca.
Indietro
Note